Il Miracolo di S.Andrea

Di recente istituzione (1995), il Museo Diocesano di Amalfi-Cava de’ Tirreni è stato allestito, sicut erat in votis, nell’edificio più antico dell’arcidiocesi: in quella basilica del Crocifisso finalmente restituita agli amalfitani e al mondo, dopo le fasi, apparse interminabili, di un restauro durato quasi sessant’anni, dai primi saggi effettuati da Gino Chierici (1931-1963), alla radicale e discussa – sotto il profilo metodologico – eliminazione degli stucchi e delle superfetazioni barocche (1961-1963), alla rimessa in pristino, là dove è stato possibile, delle primitive strutture murarie (1985-1993).

Sorta quasi certamente intorno a una preesistente Cattedrale paleocristiana atetstata sin dal IV secolo da una lettera di papa Gregorio Magno e poi dal Chronicon Salernitanum (VIII secolo), la basilica del Crocifisso era stata individuata, sin dagli anni settanta, come la struttura più idonea a evitare la dispersione del prezioso patrimonio d’arte sacra della Costiera Amalfitana, renderlo accessibile ai flussi crescenti del turismo internazionale e consentire agli studiosi di cogliere il fitto intreccio di relazioni culturali e stilistiche che ebbero nell’antica repubblica marinara, anche al tempo della sua infeudazione agli Angioini e agli Aragonesi, il principale polo di mediazione e di irradiazione tra l’Oriente bizantino e islamico e l’Occidente cristiano.

Perfetta la simbiosi tra i tesori d’arte esposti al pubblico e il monumentale scrigno di pietra che li racchiude. Simbolo archetipo di trascendenza, secondo i canoni dell’emanatismo plotiniano e dell’estetica bizantina, la luce che penetra dalla duplice teoria di monofore e bifore archiacute nella grande sala absidata a pianta trapezoidale ravviva i marmi erosi dagli antichi sarcofagi di “scalpello greco”, accentua la fissità ieratica dei volti emaciati dei Santi raffigurati nei superstiti affreschi duecenteschi e nei reliquiari “a testa”, è catturata dai preziosi tessuti e dalle paste vitree dei paramenti angioini, sprigiona siderei splendori dai cerchi esatti delle teche degli ostensori.

L’antica Cattedrale, originariamente dedicata all’Assunta e ai santi Cosma e Damiano, prese il nome dal grande Crocifisso di legno intagliato collocato sull’altare maggiore. Più volte restaurata e rimaneggiata nel X e XII secolo, fu radicalmente trasformata in una chiesa con volta a botte lunettata nell’età barocca, quando – secondo Matteo camera – “tuttoil bello artistico medievale andò distrutto”. Destinata infine a struttura museale nella sua ultima metamorfosi (1995), alle soglie del terzo millennio sembra aver recuperato i valori originari e la spazialità delle chiese di tipo bizantino in cui l’emozione estetica dello splendore delle pitture, degli ornamenti e degli arredi liturgici aveva la preminente finalità di elevare l’anima a Dio.

Le Collezioni

Il Museo Diocesano di Amalfi-Cava de’ Tirreni, per la qualità, varietà e la tipologia delle opere esposte, si configura come uno straordinario archivio dell’ingente patrimonio d’arte sacra conservato nelle chiese della Costiera Amalfitana e consente ai visitatori di ripercorrere, nei limiti spaziali dell’invaso architettonico, secoli di storia e di cultura religiosa e civile nelle loro complesse interrelazioni stilistiche, nella continua evoluzione delle tecniche di lavorazione dei marmi, dei metalli e dei tessuti, nei fattori di sedimentazione e di circolazione nel territorio di schemi e modelli espressivi legati ai mutamenti della fortuna commerciale, del gusto estetico e delle forme di devozione popolare.

Il primo nucleo di opere è costituito dai superstiti affreschi eseguiti, tra il XIII e il XIV secolo, nel chiostro e nella Basilica del Crocifisso, che secondo le concezioni estetiche medievali non avevano funzione meramente decorativa, ma erano parte integrante della struttura architettonica, di cui peraltro contribuiscono a documentare le fasi di realizzazione. Di particolare rilievo, la drammatica Crocifissione tardogotica, ascrivibile alla scuola di Roberto d’Oderisio per la presenza di elementi riconducibili all’area senese-avignonese (Chiostro del Paradiso); gli affreschi delle due cappelle basso medievali della Basilica (lato sinistro), che raffigurano il Beato Gerardo Sasso e i Santi Cosma e Damiano (XIII secolo, maniera di Pietro Cavallini); e infine una raffinata Madonna col Bambino, di scuola senese (lato destro della navata centrale).

A ridosso della parete destra della Basilica sono stati sistemati io materiali lapidei di spoglio sopravvissuti ai travagliati rifacimenti del passato (rocchidi colonne, urne e capitelli), ad eccezione dei frammenti di mosaico degli antichi amboni e dei sarcofagi serviti come tumulo dei vescovi e nobili amalfitani che erano stati razionalmente collocati nel Chiostro del Paradiso dall’arcivescovo Enrico De Dominicis nel 1908 e da Gino Chierici, soprintendente ai monumenti della Campania, nel 1934.

Fatto costruire tra il 1266 e 1268 dall’arcivescovo Filippo Augustariccio, il Chiostro del Paradisio era stato infatti adibito sin dalle origini a cimitero dei nobili. Formato da un quadriportico delimitato da un elegante peristilio caratterizzato dall’originale motivo degli archi intrecciati sorretti da coppie di colonnine a stampella, esso costituisce – con i coevi chiostri di San Pietro della Canonica e do San Francesco (Hotel Convento e Hotel Luna) – uno dei principali esempi di quel romanico amalfitano che seppe innestare elementi bizantini e moreschi nello stile locale.

All’interno della grande sala absidata, sistemati in moderne e funzionali teche, che consentono ai visitatori di cogliere da molteplici punti di vista ogni finezza di cesello e di intarsio dei sacri arredi, sono esposti in bella evidenza alcuni tesori d’arte sacra (calici, patene, ostensori, reliquiari, pissidi, paramenti sacri), precedentemente custoditi negli armadi e negli stipi delle sacrestie.

Di eccezionale interesse sono: la mitra angioina, definita da Angelo Lipinsky “la più preziosa del medioevo europeo”, eseguita alla corte di Napoli per Lodovico di Tolosa, che aveva abdicato ai suoi diritti al trono in favore del fratello Roberto per prendere i voti; la cassetta degli Embriachi (XIV secolo), in cui, tramite figure intagliate in osso di bue sbiancato che assume la trasparenza dell’avorio, è raffigurato il martirio dei santi Cosma e Damiano; il collare dell’ordine del Toson d’Oro, massima onorificenza cattolica concessa dai sovrani di Spagna ai monarchi europei, spettante di diritto al gran maestro dell’Ordine di Malta; i quattro reliquiari “a testa” cesellati in argento, che raffigurano Santa Caterina d’Alessandria e i Santi Diomede martire, Filippo apostolo, Basilio Magno vescovo; la rinascimentale Madonna della Neve, ascritta alla scuola di Francesco Laurana; la preraffaellesca Madonna dell’Idria in legno policromo; e l’esotica portantina settecentesca, esguita a Macao per la Compagnia delle Indie, decorata a chinoiserie.

La visita al Museo diocesano prosegue con quella al Chiostro (di cui si è già detto), alla Cripta realizzata nel XIII secolo e al Duomo tripartito, eretto nel X secolo da Mansone III, che conserva tuttora sontuosa veste barocca assunta nel settecento a seguito dei grandiosi lavori di trasformazione eseguito da Arcangelo Guglielmelli, chiamato dall’arcivescovo Michele Bologna a ridurre la vetusta Cattedrale secondo il gusto dell’epoca.

Il percorso del Duomo, dichiarato nel 1929 monumento nazionale per la sua rilevante bellezza architettonica, consente di ammirare altri capolavori d’arte sacra: dalle grandi tele barocche del soffitto a cassettoni al medievale sarcofago del cardinale Pietro Capuano (XIII secolo), che oera funge da altare maggiore, alla settecentesca statua argentea di sant’Andrea Apotolo e alla base dorata che regge il commovente Cristo Morto, che viene portato in processione la sera del Venerdì Santo.

Varcata la millenaria porta di bronzo, donata nel 1060 da Pantaleone de Mauro Comite, amalfitano assunto a Costantinopoli alla dignità di patrizio imperiale, l’itinerario nei luoghi della fede e della storia, iniziato tra i tesori d’arte del Museo Diocesano, si conclude idealmente di fronte all’aquila di superba fattura romanica (XI secolo), non a caso posta ai piedi del leggio da cui si diffonde il Verbo, in quanto simbolo medievale dell’evangelista Giovanni e dell’ascensione della mente a Dio attraverso la contemplazione.

Le opere principali (clicca sui seguenti link per visionare le opere nel dettaglio)

Primo Gruppo

Secondo Gruppo

Terzo Gruppo

Quarto Gruppo

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